L'Ultima Cena, il capolavoro in cui Leonardo Da Vinci esprime tutto il suo genio. Fu inserita tra i Siti Unesco nel 1980, insieme alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie e l'adiacente convento. Il Cenacolo Vinciano è uno dei massimi capolavori conservati in Italia.
Dipinto tra il 1495 e il 1498 con tempera su intonaco, su una parete del refettorio di Santa Maria delle Grazie dove i frati si riunivano per consumare i pasti quotidiani. Questo infatti il nome completo di questo "doppio" Patrimonio Unesco: "Chiesa e Convento domenicano di Santa Maria delle Grazie con "L'Ultima Cena" di Leonardo da Vinci". Il famosissimo dipinto nacque per ricordare che la vita della comunità religiosa sarebbe dovuta essere un’estensione di quella di Cristo e degli apostoli.
Fu commissionato da Ludovico Sforza, in quell’epoca Duca di Milano, con l'intento di impreziosire il luogo e la città in cui aveva dato disposizione di essere sepolto. Ludovico Sforza, detto il Moro, aveva creato a Milano una corte molto attiva, frequentata da artisti, intellettuali e musicisti. Tra il 1478 e il 1482 arrivarono a Milano Donato Bramante e Leonardo da Vinci, giunto da Firenze.
Alla fine del secolo Ludovico Sforza volle fare di Santa Maria delle Grazie un luogo di celebrazione del proprio potere e il mausoleo di famiglia. Per questo il duca finanziò importanti commissioni nel complesso, come la ristrutturazione della tribuna della chiesa, che affidò a Donato Bramante. Appena terminati i lavori sovvenzionati dal duca di Milano a Bramante si pensò di decorare il refettorio. Oltre al cenacolo fu commissionata a Donato Montorfano una Crocifissione. Entrambe gli affreschi erano destinati ai lati minori della stanza.
Leonardo non utilizzò la tradizionale tecnica dell’affresco per dipingere la Cena e le lunette, ma scelse un metodo che gli consentisse di lavorare lentamente e di poter così modificare quanto aveva già dipinto. Scelse perciò di dipingere a tempera mista su gesso, perché questa tecnica innovativa gli avrebbe permesso uno sviluppo lento e meticoloso della pittura e perciò un’estrema cura dei dettagli, laddove l’affresco avrebbe imposto una stesura del colore rapida, con l’intonaco ancora umido.
Díla Caravaggia: Večeře v Emauzích a Nevěřící sv. Tomáš
La preparazione consistette nella stesura di un intonaco ruvido. Sulla base venne quindi rappresentata la composizione in modo essenziale. Invece di dipingere con pigmenti acquosi sull’intonaco umido Leonardo utilizzò come base una pasta proteica sull’arricciato. Era composta da carbonato di calcio e magnesio mesticati con una colla animale. Prima della stesura del colore il maestro stendeva una mano di bianco di piombo per illuminare le tinte. La materia pittorica era costituita dai pigmenti uniti con tempera all’uovo con oli.
La tecnica utilizzata permise all'autore di ritoccare l’Ultima Cena anche in momenti successivi e di raggiungere così la perfezione. Purtroppo fu proprio il metodo di pittura scelto a condannare la sua creazione a un progressivo deterioramento: vi fu infatti la necessità di intervenire con numerosi restauri nel corso dei secoli.
Leonardo costruì l’Ultima Cena attorno a un rigoroso impianto geometrico. Il punto di fuga coincide con la tempia destra di Cristo: tutte le linee di profondità della sala dipinta (il soffitto a cassettoni, le pareti laterali, il pavimento, i bordi del tavolo) convergono su quel punto. Per ottenere questa precisione Leonardo piantò un chiodo nel muro e tese una corda in direzione radiale, segnando le estremità del tavolo, le fughe del pavimento e i bordi delle sei lunette del soffitto.
La composizione è scandita ritmicamente da un rigore geometrico del tutto rinascimentale: Leonardo divise la scena in quattro quarti, due per parte, e in ognuno di essi inserì gli apostoli in gruppi da tre. In primo piano la lunga tavolata, al centro della quale vi è Gesù con le braccia distese ed il capo leggermente inclinato. Egli costituisce l’asse centrale della scena compositiva (il centro delle linee prospettiche) sia grazie alle linee d’architettura sia grazie alle linee di forza degli apostoli.
I volti degli umani trapelano diversi stati d’animo percepibili nelle espressioni, nella postura e nei gesti. La loro condizione psicologica è evidente. La grande resa prospettica dello spazio virtuale che ospita l’Ultima Cena è ottenuta con diversi espedienti. Il soffitto a lacunari, la quadratura del pavimento, gli arazzi appesi e le finestre di fondo sono rappresentati in modo rigoroso. Questi accorgimenti prospettici e la studiata illuminazione concorrono a creare un forte effetto di sfondamento.
Fra tutti i personaggi dell’Ultima Cena, Giuda Iscariota è quello che il pubblico cerca con maggiore insistenza. Leonardo lo inserì nel secondo gruppo da sinistra, tra Pietro e Giovanni, con il volto in ombra, la testa leggermente più bassa degli altri apostoli e una borsa di denaro stretta nella mano destra. La soluzione leonardesca, introdotta nel 1495-1497, rompe con la tradizione dell’isolamento: Leonardo mescola Giuda agli altri apostoli e lo rende identificabile attraverso attributi narrativi. È una soluzione psicologica, non spaziale.
Gli apostoli sono disposti in quattro gruppi da tre, equilibrati in modo simmetrico seppur diversi. (2) Pietro l’Apostolo, Giuda Iscariota e Giovanni l’Apostolo sono seduti separatamente dagli altri in un altro gruppo di tre. Giovanni, il più giovane e il più amato dei 12 apostoli fu anche l’Apostolo che visse più a lungo, è raffigurato piuttosto rattristato per lo shock della notizia del tradimento. Pietro, o Petrus come veniva chiamato nel testo originale, è raffigurato con un coltello in mano. Questo è il riferimento di Leonardo all’aggressione perpetrata da Pietro quando Gesù fu arrestato dai Romani nel Getsemani.
La composizione enfatizza il gesto di Cristo che indica il pane e prefigura la propria crocifissione. Quando guardiamo il volto di Cristo, vediamo che è concentrato sul pane che indica con la mano sinistra, con il capo chino e accettando il suo destino. La saliera che Giuda rovescia è un riferimento all’espressione del tradimento del sale nella cultura del Vicino Oriente.
Il risultato di questa tecnica è molto delicato e la pittura nel tempo ha cominciato a deteriorarsi. Per questo, l’Ultima Cena è stata soggetta nel corso dei secoli a numerosi restauri, l’ultimo dei quali si è concluso nel 1999, dopo vent’anni di lavoro. A seguito di quest’ultimo restauro è stato introdotto nella sala del Cenacolo un sofisticato sistema di purificazione dell’aria che permette di avvicinarsi all’opera senza danneggiarla.
A partire dal XVIII secolo si attestano nove restauri del Cenacolo ma, grazie al rinvenimento di tracce di interventi ancora precedenti, si suppone ne furono molti di più. Nel 1821, il milanese Stefano Barezzi, esperto nella rimozione di affreschi senza danni, fu incaricato di rimuovere il famoso dipinto dalla parete e ricamarlo su una tela. Alcuni danni furono arrecati alla parte centrale del dipinto quando Barezzi si rese conto che l’opera non poteva essere definita un affresco nel senso pieno del termine.
Nel periodo tra il 1901 e il 1908, il pittore e restauratore bergamasco Luigi Cavenaghi fu la persona che realizzò il primo restauro di successo del famoso dipinto. Nel 1954, un team di restauro composto dall’artista Mauro Pellicioli e dall’ispettrice di Brera Fernanda Wittgens riparò l’opera. L’idea geniale di Pellicioli fu quella di far aderire nuovamente la pittura al muro con l’aiuto di gommalacca trasparente.
Il restauro più lungo e più dispendioso si è protratto dal 1978 al 1999. Dopo gli ultimi 21 anni di capillari restauri e tentativi di salvataggio con le tecniche più all’avanguardia del settore (dal 1978 al 1999), il Cenacolo Vinciano torna al suo splendore. Fragile, ma intatto. Sono stati asportati tutti gli strati pittorici non autografi integrandoli, in maniera discreta, laddove risultasse ormai illeggibile.
Nel lasso di tempo che intercorre dalla rimozione del Duce Benito Mussolini come capo di Governo (25 luglio 1943) e l’armistizio dell’8 settembre 1943, il refettorio del monastero venne pesantemente bombardato il 15 agosto 1943 da bombardieri alleati. Solo grazie ai sacchi di sabbia allineati davanti al famoso affresco per proteggerlo, si riuscì ad evitare che fosse direttamente danneggiato dai frammenti degli ordigni. In quella occasione il dipinto leonardesco viene esposto per diversi giorni alle intemperie prima di essere protetto con dei semplici sacchi di sabbia.
Gravi danni furono causati anche dalle truppe di Napoleone che usarono il Cenacolo come stalla. Questo rapido declino ebbe due grandi conseguenze: la prima fu una continua premura da parte di pittori, anche poco dotati, di ridipingere l’opera leonardesca laddove si era deteriorata maggiormente, provocando una continua ed inesorabile sovrapposizione di falsi sull'originale. La seconda conseguenza fu quella di produrre un gran numero di copie, oggi sparse un po' ovunque, affinché si mantenesse intatta l'immagine di un'opera che stava sparendo.
Tra le copie di pregio spicca la copia del Giampietrino proveniente dalla Certosa di Pavia, acquistata nel 1821 dalla Royal Academy di Londra. Altre copie di rilievo sono quelle attribuite a Marco d’Oggiono al Musée de la Renaissance nel Castello di Ècouen, o la copia in mosaico realizzata da Giacomo Raffaelli oggi custodita nella chiesa dei Minoriti a Vienna. Anche il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo ne possiede una attribuita ad un artista lombardo del XVI secolo.
Per la creazione di questo lavoro unico, Leonardo ha condotto un'indagine approfondita creando un numero infinito di disegni preparatori. Si sono trovate tracce di lamine metalliche di oro e argento che testimoniano la volontà dell'artista di creare figure più realistiche compresi i dettagli preziosi. La grande fama di questo capolavoro ha suscitato l'interesse di molti storici, ricercatori e romanzieri che cercano di risolvere i presunti misteri ed enigmi che circondano questo quadro. Ad esempio, nei libri "The Templar Revelation" e nel romanzo Il Codice Da Vinci, si afferma che la figura a destra di Gesù non è l'apostolo Giovanni, ma una figura femminile.
Dal settembre 1980 il Cenacolo, insieme alla Chiesa e al Convento Domenicano di Santa Maria delle Grazie, sono stati dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’umanità in quanto “realizzazione artistica unica, di un valore eccezionale universale che trascende tutte le contingenze storiche”. Il Museo del Cenacolo Vinciano è aperto dal martedì alla domenica, dalle 8.15 alle 19.00. La disponibilità dei biglietti è molto limitata, la prenotazione anticipata è quindi considerata "obbligatoria". Per prenotazioni e biglietti per il Cenacolo vinciano: www.cenacolovinciano.vivaticket.it
Oltre al capolavoro di Leonardo, all’interno del Cenacolo si trova, sulla parete opposta, la Crocifissione affrescata dal pittore lombardo Giovanni Donato da Montorfano nel 1495. Nella parte centrale del pannello informativo all’interno della chiesa, una pianta disegnata a rilievo favorisce l'orientamento all'interno dell'edificio. La stanza del refettorio resta separata dal suo contesto originario e il percorso che oggi seguiamo per raggiungerlo ci permette solo in parte di comprenderne il legame con il resto della costruzione.
Il significato dell’Ultima Cena, che costituisce la base del rito dell’Eucaristia nel Cristianesimo, è conosciuto anche con altri nomi biblici, “Santa Cena” o “Cena del Signore”. La scena è ambientata durante la Pasqua ebraica; durante la cena Cristo istituì l’Eucarestia condividendo il vino e il pane come scritto anche nella Prima Lettera ai Corinzi (11,23-26) da Paolo di Tarso. In questo contesto Gesù annunciò anche il suo prossimo tradimento. L’annuncio creò una enorme confusione tra gli apostoli che chiesero al Maestro di indicare loro il traditore. Cristo però invece di proferire un nome intinse un boccone e lo porse a Giuda Iscariota dicendogli di eseguire il suo compito.
Leonardo non seguì la tradizionale rappresentazione dell’Ultima Cena. Il maestro si concentrò sul tentativo di rappresentare la sorpresa degli apostoli. In seguito all’annuncio del tradimento ognuno ha una propria reazione che si esprime con la postura, il gesto e l’espressione del viso. Il clima emotivo si raffredda con la lontananza dal Messia: gli apostoli sono progressivamente meno espressivi a partire dalla vicinanza a Gesù.
Un dipinto parietale, alto 4,6 metri e largo 8,8 metri, dipinto tra 1494 e 1499 sotto il governo di Ludovico il Moro. Dipinto a tempera e olio su intonaco dell’artista Leonardo da Vinci (1452-1519), realizzato tra il 1495 e il 1499. Il supporto è l’intonaco della parete dell’ex refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie. La fattura simile alla tempera su tavola permise a Leonardo di intervenire sul dipinto più volte.
L’Ultima Cena che si può oggi ammirare, si allontana però dalla versione originale, e solo una minima parte rimane originale. Troppi sono stati gli interventi e i danni causati e subiti da questo murale. Il volto di Pietro ora chinato in avanti pare fosse invece all’indietro e di scorcio. Anche il soffitto con lacunari è opera di una ricostruzione del Settecento che ha modificato colore e forma dei cassettoni.
L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci è senza dubbio una delle più importanti opere d'arte di tutti i tempi, sia per la sua carica innovativa sia per l'impatto che ha avuto su artisti di tutte le età. Il Cenacolo Vinciano è certamente una della attrazioni di maggior interesse nella città di Milano. Sono state prese numerose misure preventive per proteggere il deterioramento dell'affresco. Sapevi che la grande fama di questo capolavoro ha suscitato l'interesse di molti storici, ricercatori e romanzieri che cercano di risolvere i presunti misteri ed enigmi che circondano questo quadro.
Andy Warhol? Nel 1984, a Milano, in prospettiva di una mostra presso il convento delle Stelline, accetta di realizzare un centinaio di variazioni attorno all’opera di Leonardo. Il maestro indiscusso della Pop Art, utilizzando una fotografia in bianco e nero e un’illustrazione enciclopedica del Cenacolo di Leonardo, produce quasi 100 variazioni sul tema, creando un ibrido tra sacro e profano, tra arte e design (The Last Supper - 1986).
La soluzione leonardesca per la figura di Giuda e il rigore prospettico si diffusero rapidamente: le derivazioni dirette del modello di Leonardo la replicano fedelmente. In alcune copie il sacchetto di denaro è visibile nella mano di Giuda, replicando il dettaglio dell'originale milanese; in altre versioni viene omesso, segno di una committenza o di un pittore che interpreta la scena piuttosto che riprodurla.
| Elemento | Caratteristica |
|---|---|
| Dimensioni | 460 x 880 cm |
| Tecnica | Tempera e olio su intonaco (tecnica mista a secco) |
| Data | 1494-1499 (esecuzione principale 1495-1498) |
| Luogo | Refettorio, Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano |
| Status | Patrimonio Unesco (1980); restaurato 1978-1999; fruizione su prenotazione |
Per i nostri lettori del Ticino non è necessario recarsi a Milano per ammirare derivazioni del capolavoro: esistono copie e versioni nelle chiese alpine del Ticino, da Ponte Capriasca a Brione Verzasca, e numerose repliche in Italia e nel mondo che hanno contribuito a mantenere viva l’immagine dell’opera.
Il Cenacolo Vinciano è certamente un'icona nella storia dell’arte e del Cattolicesimo: la rappresentazione più famosa dell’Ultima Cena, con un valore artistico, tecnico e simbolico che ha segnato il Rinascimento e la cultura visiva occidentale. La stanza che lo ospita, la chiesa, il convento e l'opera costituiscono insieme un complesso di eccezionale interesse storico e artistico, testimone della capacità di Leonardo di sperimentare, indagare e rappresentare l'umano nella sua tensione morale ed emotiva.